Nell'ambito del progetto Senigallia Città della FotografiaDopo Ferdinando Scianna e Giovanni Chiaromonte, nell’ambito del progetto “Senigallia Città della Fotografiaâ€, un altro grande maestro della fotografia italiana è stato protagonista di un incontro pubblico svoltosi sabato 7 giugno alle ore 18,30 alla rotonda a mare di Senigallia. Introdotto da Enzo Carli, che ne ha ripercorso i momenti fondamentali della formazione culturale e artistica, Gianni Berengo Gardin ha presentato alcune delle sue immagini più rappresentative, sintesi infinitesimale di un archivio che conta circa unmilionetrecentocinquantamila fotografie, raccontando con passione le storie e gli aneddoti che si celano dietro a ognuna di esse. Oltre alla straordinaria bellezza delle sue immagini, di Gardin stupisce la semplicità e l’umiltà della persona, che ama definirsi un artigiano della fotografia al servizio della realtà , e impressiona come la sua vita artistica e professionale si sia spesso incrociata con quella di personaggi che appartengono alla storia della fotografia, da Giuseppe Cavalli a Paolo Monti, da Paul Strandt a Henri Cartier Bresson, fino a Giacomelli, cui era legato da amicizia di vecchia data. Racconta a tale proposito che, ai tempi della sua militanza al circolo “La Gondola†di Venezia, fu invitato da Giacomelli a entrare a far parte del “Gruppo Misa†diretto dall’ormai senigalliese Giuseppe Cavalli, e che al termine di una indimenticabile riunione, lo stesso Cavalli si oppose a tale idea, giudicandolo “non idoneoâ€. Diametralmente opposte nella concezione della fotografia (sappiamo tutti come la pensava Cavalli in merito alla fotografia documentaria: “…Il documento non è arte e se lo è, lo è indipendentemente dalla sua natura di documento..â€), le personalità di Berengo Gardin e di Cavalli rendevano incompatibile una convivenza nel medesimo gruppo fotografico forse più per l’estrema linearità e coerenza delle posizioni e delle ideologie di entrambi che per la natura stessa delle proposte fotografiche. Per modestia vorrebbe far credere, Gianni Berengo Gardin, di essere un semplice cronista di vicende umane e di eventi che passano, ma quand’egli stesso racconta di utilizzare tempi di scatto lunghi nel fotografare gli innamorati per accentuare col mosso il loro isolarsi dal mondo che scorre accanto, o quando racconta di aver atteso a lungo davanti a quel muro di graffiti in attesa che passasse qualcosa o qualcuno che “completasse†l’immagine, in questi e in mille altri casi c’è si il racconto, ma c’è soprattutto poesia. Non sono così lontane, in fondo, molte delle sue immagini, se non sul piano linguistico, da quelle di Mario Giacomelli. Entrambi giungono a rappresentare la poesia dell’esistenza, dichiaratamente l’uno, più o meno inconsapevolmente l’altro, percorrendo però strade diverse: Giacomelli partendo dai sentimenti, dalle passioni e dalle grandi questioni esistenziali (la vita, l’amore, la morte, la sofferenza), Berengo Gardin indagando sulle vicende umane e sui fenomeni sociali. L’impressione che si ha, nel veder scorrere le immagini (molte ormai divenute icone dei nostri tempi), e nel sentire il racconto di questo indiscusso maestro che ha attraversato mode e tendenze senza mai farsi condizionare da esse, è quella di avere di fronte la storia stessa della fotografia italiana, oltre che un testimone attento e appassionato di più di mezzo secolo di eventi piccoli e grandi. Un milionetrecentocinquantamila scatti in archivio, più di duecento libri pubblicati, ma ama ancora il suo lavoro, perché è esattamente ciò che ama fare, con l’entusiasmo del dilettante. Infatti, pochi minuti prima dell’inizio della proiezione, qualcosa richiama la sua attenzione, una fotocamera spunta fuori dalla giacca, pochi attimi di assoluta concentrazione, un click… Unmilionetrecentocinquantamilauno.
Massimo Renzi
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