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La Fiera ed il Commercio estero nel XVIII secolo.
UN IMPORTANTE TESTO SUL "MARKENTING DEL '700", COSE DI ALTRI TEMPI CON IMPORTANTI MOTIVI SEMPRE VALIDI ANCHE DOPO TRE SECOLI
Un testo stampato da noi nel 1989 sul Catalogo generale della Antica Fiera di Sant'Agostino
La presenza di mercanti esteri rappresenta da sempre per la fiera la garanzia del suo successo.
La lunga tradizione commerciale, la facilità negli scambi, le franchigie di cui godono le numerose merci nel periodo interessato, sono tutti elementi che determinano il suo carattere di mercato internazionale. Questo aspetto, pur con le dovute riserve riguardanti l'entità degli scambi - tipici di economie particola mente arretrate - e il ruolo effettivamente svolto dalle nazioni europee più progredite, risulta particolarmente significativo. Ancora nel 1580 la fiera è una manifestazione tipicamente regionale. Soltanto dopo la morte Francesco Maria li Della Rovere aprile 1631 -, la città ritorna sotto la dominazione dello Stato pontificio la fiera sembra trarne notevoli vantaggi. Da questo momento la presenza di mercanti esteri, in particolare i levantini, è continuamente documentata e testimonia l'importanza e il ruolo di questo mercato nello sviluppo dell'intera area. Nel corso del XVIII secolo il successo della fiera è ormai consolidato. Certamente la rivalità di Ancona, lotta contro le frequenti epidemie, la riduzione delle franchigie e l'accusa di far fuoriuscire il denaro dal Stato, sono tutti elementi che minacciano la sua stessa esistenza. Nonostante ciò i documenti, per questo p nodo, registrano un continuo incremento degli scambi commerciali e un aumento delle presenze di merci: provenienti da fuori Stato. Grazie alle annotazioni del Castellano e del Capitano del porto possiamo conoscere, per alcuni anni, il n mero delle imbarcazioni che giungono nel porto canale di Senigallia in occasione della fiera: 267 - nel 172 330 - nel 1725 -, 420 - nel 1729 -, 649 nel 1736 - e 560 nel 1785. Anche se questi dati non ci permettono di delineare un quadro completo dei traffici di fiera, in quanto alcune merci vengono introdotte per via di terra e quindi sfuggono spesso al controllo delle autorità, sono sufficienti però a riaffermare l'importanza del commercio estero per il successo della manifestazione. Per la fiera del 1790 disponiamo di un elenco dei mercanti presentì, la loro provenienza e le merci condotte al seguito. Occorre una precisazione: la suddivisione fra "estero e Stato" riflette la situazione politica di quel determinato periodo. Escluse quelle regioni facenti parte dello Stato pontificio - Marche, Umbria, Emilia, Romagna e Lazio - ti te le altre sono considerate estere.
Ora esaminiamo in dettaglio questo importante documento. La fiera del 1790 è definita di "proporzioni comuni", I mercanti presenti sono 402, dei quali 242 provenienti dallo Stato e 156 dall'estero. Il maggiore contributo è offerto dall'impero. Soprattutto i triestini, ben 156, conducono numerose telerie, i pellami e i cristalli, tutti generi provenienti dalle regioni limitrofe ai quali aggiungono le loro ferrarecce e le solite chincaglierie. Seguono 8 mercanti tedeschi o di "Germania" con le telerie, 2 dalla Boemia con i famosi cristalli, da Moravia e da altre località con le pannine e i tabacchi. La repubblica di Venezia, nonostante la crisi e la decadenza delle sue industrie, partecipa ancora attivamente con 27 mercanti e altri 17 provenienti dai suoi territori. Le merci sono in prevalenza composte droghe, sicuramente levantine, dai celebri vetri, da telerie e da bigiotterie. Importante è il commercio mantenuto con l'Inghilterra che si rifornisce in questo porto, oltre che in quello di Genova e di Livorno, della seta necessaria alle sue industrie e vi esporta le pregiate pannine che ritroviamo poi in vendita in ogni fiera. Da Brescia giungono le ferrarecce e da Bologna i fustagni. Dalla Dalmazia: i scotami, le lane e i salumi. In ogni fiera una particolare attenzione è riservata ai levantini, ben 22 presenti in questa occasione. Con cotone greggio o filato, i rigatini, le lane schiavine, i cappotti e le pantofole - papucce, le pelli, la vallonea, il caffè etc. rappresentano il rifornimento indispensabile per la maggior parte delle industrie dello Stato. Dal ducato di Milano giungono 15 mercanti con numerose seterie e pannine inglesi, da Cremona i tessuti di fustagno e di lino. Dal regno di Napoli arrivano le rinomate maioliche abruzzesi di Castelli che competono con quelle marchigiane di Urbania e di Pesaro, oltre ai 4 venditori di saponi e i di paste. Otto mercanti di Genova vendono seterie, droghe e ancora pasta. Sei toscani: 3 da Livorno, 2 da Firenze e i da Siena presentano merci di minor valore, le chincaglie ad eccezione di un mercante con le pannine e un fiorentino con i celebrati vini e liquori. Da Parma e Reggio si muovono esclusivamente con seterie e panni. Oltre ai sudditi dell'impero di origine tedesca, ai mercanti dalmati e ai, soliti levantini, annotiamo la presenza di 3 negozianti francesi e 1 svizzero. I primi vengono da Parigi, Lione e Lilla con seterie e bigiotterie; svizzero da Ginevra con gli orologi e ancora bigiotterie. Infine, bisogna osservare che molte merci straniere giungono in fiera attraverso mercanti italiani. Livorno, Milano e Verona, per via terra, arrivano le pannine inglesi; da Bologna i tessuti di cotone, i manufatti francesi, tedeschi e olandesi; da Trieste le telerie germaniche e i tabacchi ungheresi; infine molti generi del Levante da Venezia e da Ancona. La presenza di questi generi del Ponente e del Levante garantisce io sviluppo e il successo della fiera. A testimoniare l'importanza per le nazioni europee di questo appuntamento annuale troviamo presenti a Senigallia, a partire dalla seconda metà del secolo, parecchi consolati esteri: il regno di Sardegna, di Malta, il ducato di Parma, di Piacenza e Guastalla, di Venezia, di Spagna, di Francia, l'impero e il regno di Napoli. Le maggiori potenze europee si riforniscono facilmente di materie prime alla fiera e riescono a smerciarvi i propri manufatti.
II contributo dello Stato.
'Non vi è donnicciola dello stato di Urbino e luoghi convicini che non concorra in fiera di Senigallia almeno con loro lavori di tela e bombaci, fazzoletti ed altro fabbricati colla propria industria". Questo è un aspetto importante nell'analisi dell'economia della fiera. Testimonia la presenza cioè, come sostiene il vice doganiere alla fiera del 1708, di alcuni prodotti tipici di una economia contadina dell'autoconsumo. La lavorazione delle tele, di stoffe o di panni, si tramanda da generazioni ed è praticata quasi ovunque nelle case dei contadini, specialmente dalle donne, durante i mesi invernali. A questa prima fase di industria domestica, segue la successiva della commercializzazione di una parte del prodotto che viene portata, da loro stessi o da mercanti, alla fiera per essere venduta. Il mercato di Senigallia rappresenta per queste piccole produzioni una facile occasione di commercio e di guadagno. Ancora più interessati sono però i numerosi fabbricanti di panni di Matelica, Pergola, Fabriano, Cagli, Cingoli, Fossommbrone, San Ginesio, San Severino, Camerino e Gubbio. La fiera rappresenta la garanzia per l'approvvigionamento della materia prima proveniente soprattutto dal Levante, dalla costa dalmata e quella dell'Asia minore e allo stesso tempo è il luogo dove le piccole produzioni di pannine delle loro fabbriche trovano facili aquirenti nei mercanti greci, turchi e dalmati, di gusti non molto difficili. Questo ruolo della fiera, come centro di rifornimento delle materie prime necessarie per le industrie dello Stato, è da sempre un aspetto determinante sia al successo che alla sua continuazione. Numerosi sono gli attestati e le testimonianze degli industriali e commercianti pontifici sull'importanza della fiera nel commercio dello Stato. Fra l'ottobre e il novembre 1786 viene redatto un atto notarile sottoscritto in 24 città dai rappresentanti di quelle categorie preoccupate della minacciata sospensione della fiera. Sono 11 i comuni marchigiani che si schierano a favore della sua continuazione. Troviamo elencati, fra gli altri, gli industriali della seta di Camerino, i produttori di pannine di Matelica, di Pergola, gli orefici di Jesi, i fabbricanti di telerie di Cagli, i proprietari delle concerie di Pergola e di Jesi, gli industriali della carta e dei spilli di Urbino. Molte sono le città umbre, fra le quali Gubbio, Spoleto e Terni. Più significativi sono gli attestati che provengono da Foligno, dai fabbricanti di panni e di droghe, e da Perugia, da quelli di drappi di seta, di velluto e di gioielli. Consistente è l'apporto fornito dalle città emiliane: Cento, Faenza e Forlì, sempre presenti con le produzioni di canapa e di seta. Da Rimini arriva il sostegno del fabbricante di tele cerate. Infine da Bologna pervengono più numerosi i segni d'interessamento e allo stesso tempo di preoccupazione riguardo il futuro della fiera. Rilevanti sono le merci condotte a Senigallia dai mercanti del capoluogo emiliano: oltre alla seta e canapa grezza e lavorata, pannilani esteri, battiste, mussoline, rosoli, orologi, ombrelli, tele cerate e chincaglierie. Notevoli sono le difficoltà e i contrasti esistenti fra la politica protezionista dello Stato, che intende limitare le franchigie della fiera e allo stesso tempo favorire lo sviluppo dell'industria nazionale, e i fautori del libero commercio che si ispirano ai principi del moderno liberismo economico. In particolare sotto il pontificato di Clemente XII vengono introdotti nuovi dazi e altre limitazioni che minano la funzione e l'esistenza stessa della fiera. Nonostante ciò il mercato di Senigallia continua per tutto il secolo a garantire notevoli vantaggi a tutti quei commercianti che per l'occasione affluiscono nella città. I vantaggi si riflettono sul comune che vede ampliare le proprie mura e accrescere la popolazione residente. Nel periodo della fiera aumenta anche l'occupazione e crescono i salari. La città si popola e ". . - presenta l'aspetto d'una gran Capitale, e nel concorso delle gentid'ogni nazione, e per l'apparato delle mercanzie d'ogni genere e d'ogni suolo e per innumerabili altri oggetti". Gli utili che la fiera procura alla città passano dai 20/30000 scudi nel 1736, ai 40000 nel 1740 e raggiungono oltre i 100.000 scudi alla fine del secolo. Vediamo ora il contributo offerto dai vari mercanti pontifici alla fiera dei 1790, di cui ci è rimasta una notevole documentazione. La partecipazione è consistente: le Marche con 146 negozianti, l'Umbria con 10, Bologna con 26, la Romagna con 33, il Lazio con 11 e altri 16 di località non precisate. I mercanti di Ancona e quelli di Senigallia sono sicuramente i più attivi. II centro dorico monopolizza le droghe, presenta ogni genere di mercanzia proveniente sia dai paesi del nord Europa che dalle tradizionali regioni del Mediterraneo. Senigallia registra numerosi canapini, 9 negozianti di pannine, 7 di legnami e 6 di orefici. Gli altri rappresentanti dei centri marchigiani sono: 4 mercanti di Pergola con le pannine e i pellami; 3 di Pesaro con le maioliche, i cristalli e i vetri; 3 di Jesi con le oreficerie e le pellicerie; 2 di Urbania con le maioliche bianche e 2 di Urbino con i zolfi e i famosi spilli di sua fabbricazione. Numerosi sono i mercanti di Fabriano con i pellami; 8 di Matelica con le loro pannine; 4 di Camerino con i taffetà; 4 di Fermo e 3 di Loreto con le oreficerie e le chincaglierie; infine i di Macerata e 1 di Tolentino ancora con le chincaglierie e i pellami. Dall'Umbria, in particolare da Foligno, giungono i mercanti di pannine abbastanza apprezzate. Bologna, come abbiamo già ricordato, è da sempre ben presente in fiera, e i suoi generi commerciati sono soprattutto le seterie. Dalla Romagna arriva la canapa in grandi quantità: da Ferrara 2 mercanti con le seterie e le pannine, Faenza 2 con i pellami, i con le maioliche e i ancora con le pannine, infine i da Rimini con gli ombrelli. I rappresentanti della capitale sono 10, presentano generi diversi che vanno dalle seterie ai cappeli commercio di quadri. Alla fine del secolo e ai primi del XIX la situazione internazionale modifica i tradizionali equilibri e r porti economici e commerciali preesistenti. Le guerre napoleoniche e il blocco continentale infliggono un colpo mortale ad ogni tentativo di riformismo o di ripresa generale. Il mancato sviluppo industriale dello Stato pontificio indebolisce ulteriormente l’economia della regione. La città di Senigallia e la sua fiera sono impreparati a fronteggiare una così grave crisi e lentamente decadono nella rovina più completa. La celebre fiera si riduce così a un piccolo mercato di paese.
Lucio Pierfederici
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