|
Una famiglia su venti di Senigallia e suo ambito territoriale sociale - 77 mila abitanti in tutto di cui quasi 45mila residenti a Senigallia, il resto nei paesi limitrofi - vive sotto la soglia di povertà. Una famiglia su due ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Una famiglia su quattro è pesantemente indebitata. È questo il benessere che l’amministrazione uscente ha saputo assicurare ai cittadini? È questo il prezzo che la popolazione ha dovuto pagare alla speculazione edilizia favorita, come non mai in passato, dall’agire di una amministrazione comunale? È questo il risultato dell’azione politica di una giunta e di una maggioranza che si dicono “di sinistra” ma che soprassiedono al palese conflitto di interessi proprio in campo immobiliare che riguarda la sindaca? Parrebbe di sì. È questo il risultato.
Si sente dire: “Almeno hanno fatto, e si vede”. Certo, è indubbio. Hanno fatto e stra-fatto. Il decisionismo sfrenato del sindaco, avallato da una giunta senza voce e autonomia culturale, ha portato a compimento molti progetti. Ma, riflettendo, ci accorgeremmo che tanto “fare” ha riguardato solo l’aspetto esteriore della città (entro le mura, naturalmente) oltre che costruttori, architetti e altre categorie privilegiate. Un “fare” che non si è preoccupato della diffusione del benessere. La Rotonda, “Città Proibita”; la “complanare” che ai sacrifici imposti dalla terza corsia dell’A14 aggiunge altri inutili sacrifici non compensati da benefici certi e, soprattutto, duraturi, se è vero che molti terreni adiacenti alle nuove opere già sono stati acquistati in vista di future edificazioni; la “Fortezza srl”, svenduta a Portoghesi e Piscitelli, tanto brutta da sorpassare le “Piramidi”, che scarica sulla nazionale un migliaio di automobili in più al giorno; una Piazza delle Erbe certamente suggestiva, che però ha comportato l’espulsione di quelle attività – fonte di reddito per categorie meno avvantaggiate – che sempre contribuivano all’integrazione “centro-periferia”. E si potrebbe continuare: il “Cervellati” e le sue inarrivabili abitazioni di lusso; il lungomare interrotto per favorire altre imprese speculative; il Porto “senza arte né parte”, con Fano che si aggiudica un importante socio internazionale per i traffici più redditizi; alberghi ristrutturati perché “ci sono i soldi”, senza che un progetto comune di offerta turistica ne indirizzasse le scelte a vantaggio di tutti e di una occupazione meno precaria e più qualificata; il complesso dell’ex-Consorzio agrario: solo poche finestre illuminate la sera a testimonianza dell’occasione persa per la residenzialità dei senigalliesi, ma non per l’onnipresente speculazione; i Parchi venduti, e via dicendo.
Certo: “Almeno hanno fatto, e si vede”. Ma mai ci si è posti il problema di ciò che non si vede. Forse, sarebbe stato troppo chiedere all’amministrazione di applicare alle sue decisioni l’analisi “costi-benefici” che sempre dovrebbe precedere ogni “fare”: che sia materia sconosciuta è evidente. Ma chi ha a cuore i cittadini, e non solo l’apparenza di un piccolo perimetro di città, anche ragionando “a spanne” avrebbe dovuto porsi qualche domanda. Il risultato di tanta imbarazzante miopia è che i benefici per i “cittadini gente comune” sono più che negativi. E sui quei dati negativi ha certamente inciso il drammatico incremento, figlio della speculazione, dell’ammontare di affitti e mutui. L’emigrazione verso le periferie e i paesi limitrofi, che moltiplica la spesa per servizi e spostamenti. L’inesistenza di politiche per sostenere quella vasta gamma di occupazioni che una volta caratterizzavano il mercato del lavoro di Senigallia e dintorni, ora ridotto a poche occupazioni dequalificate e precarie legate al turismo o ai passatempi “mordi e fuggi”. L’assoluta indifferenza verso modalità innovative di supporto alla possibilità di lavorare delle donne e al futuro dei giovani, la loro istruzione avanzata, le loro idee imprenditoriali. Ed ecco il risultato: una famiglia su due non arriva alla fine del mese. Ma alcuni – e solo alcuni – tra quelli che ci arrivano, ci arrivano alla grande. Anche grazie a un’amministrazione che – di fatto - ci chiede di poter governare altri cinque anni.
Mariangela Paradisi
|